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Ciao a tutti! Stavolta sono io in persona.
Da questa postazione rispondero' alle domande che mi sono state poste più di frequente, cercando di essere sincero, di evitare la tentazione di apparire migliore di quanto non sia, e rispondendo a qualunque domanda cui sia lecito rispondere (nei limiti della decenza e riservandomi il diritto di non oltrepassare i limiti della mia privacy).
Appariranno domande (e risposte) di ogni genere, da quelle intelligenti a quelle sceme, da quelle divertenti a quelle serie. Inizierò io mettendo a disposizione di tutti materiale emerso da interviste, chiacchierate con i fans, cose che ho letto su di me qua e là e cui vorrei replicare. Ma siete soprattutto voi che potrete inoltrarmi, via E-mail, le vostre domande personali cui tenterò di rispondere meglio che posso e più velocemente che posso.

Se volete farvi due risate, visitate anche "REAL TRASH", la sezione dedicata alle domande sceme.


Ma che se ne fa un cantante di un sito web?

R: Beh, per prima cosa non mi considero un cantante, ma un musicista. I cantanti sono interpreti professionisti che usano la voce come uno strumento, e hanno studiato e sudato anni per raggiungere questo obiettivo. Io, onestamente non mi colloco in questa categoria. Essendo però diventato un personaggio popolare grazie alla musica che scrivo ed interpreto, capita che persone che non conosco e con cui non ho mai parlato, parlino e scrivano di me cose non sempre esatte od appropriate, o non sempre complete ed approfondite. La colpa non è di nessuno, poichè il mondo musicale è molto affollato, e lo spazio e il tempo per scriverne o parlarne sono scarsi. Ciò non toglie che il desiderio mio, e sicuramente quello dei miei colleghi, sarebbe di avere la possibilità di mettere a disposizione di tutti l'informazione corretta, della quale poi ognuno possa fare ciò che ritiene più opportuno nei limiti della correttezza. Il web offre ora la possibilità di fare proprio questo, e io non me la lascerò sfuggire. Le persone che fanno il lavoro che faccio io (salvo rare eccezioni) non hanno a disposizione un ufficio stampa se non in concomitanza con eventi particolari (l'uscita di un nuovo album, un tour particolarmente importante) e per la maggior parte del tempo non hanno la possibilità di comunicare con i media, con il pubblico, con le strutture del settore etc..., ne' hanno il minimo controllo su ciò che si scrive o si dice di loro. Con il web, finalmente, chiunque voglia scrivere di me, o parlare di me, o comunicare con me, dovrà semplicemente collegarsi con il mio sito (che terrò sempre aggiornato) e prendere le informazioni di cui ha bisogno direttamente dalla fonte, o scrivermi via e-mail per avere delucidazioni su argomenti non trattati specificamente. In più il sito web ha la caratteristica di essere visitato da chi è interessato a farlo, senza quindi imporre a nessuno una informazione di cui non sente la necessità.

Oggi il sito e' anche il luogo dove un artista puo' dialogare coi propri fans, fare lo "showcase" dei suoi lavori, vendere direttamente le sue opere, e cio' e' di sicuro un passo avanti verso quel futuro di indipendenza artistica che e' il sogno di molti.


Ti sei trasferito negli USA. Motivi personali, professionali, o altro?

R: Voglia di cambiare. Insieme al fatto che avevo la possibilita' di farlo, essendo in fin dei conti l'unico italiano della mia famiglia. A parte cio' qui sono molto piu' vicino alle mie radici musicali, ovvero alle radici della musica che faccio e che amo.


Prima lo swing, poi il pop, poi il rock, poi di nuovo il jazz e latino. Sei ancora alla ricerca del tuo stile?

R: Ogni artista che voglia definirsi tale lo è, e solo al termine della sua carriera si può fare un bilancio. Però voglio dire che il mio percorso musicale (che un giornalista a mio avviso particolarmente attento ha definito "tortuoso ma coerente") è meno cangiante di quanto non sembri a prima vista. La mia matrice è sempre stata prevalentemente jazzistica, anche se, da "Effetti personali" (dove però c'era Dizzy Gillespie) ho iniziato una ricerca in direzione più pop fino ad arrivare ad "Egomusicocefalo" album decisamente rock (dove però c'era Enrico Rava) per poi tornare, credo in modo alquanto definitivo, al jazz. Il fatto è che ad un certo punto della mia carriera ho sentito la necessità di uscire da un clichè nel quale un po' mi ero rinchiuso da solo, un po' mi avevano rinchiuso gli altri. Se hai successo col tuo primo album, come è capitato a me, la gente si aspetta che tu faccia sempre quello, salvo poi considerarti obsoleto se non cambi più. Mi sono sempre riproposto di tornare alla canzone jazz, ma volevo farlo solo quando mi fossi sentito maturo. I miei primi album erano sicuramente di sapore jazzistico, ma stilisticamente erano piuttosto traballanti. "I love jazz", che io considero uno dei miei migliori, è un album di canzoni jazz suonate da jazzisti di serie A, nel quale credo di aver ritrovato una vena letteraria, un divertimento nello scrivere i testi, che da tempo avevo perduto. Quanto al disco latino, "Serenadas", avevo intenzione di raccogliere in un unico album i miei brani migliori di ispirazione latina, approfittando dell'occasione per "correggere" le sgrammaticature stilistiche e di sound caratteristiche delle versioni originali.  Il latino, voglio ricordarlo, è una branca del jazz, non un tipo di musica diverso, e tutti i maestri del latino, (es. Tito Puente) si considerano jazzisti. Nel 1965 fu proprio Dizzy Gillespie che, di ritorno da Cuba, portò con sè il famosissimo percussionista Machito, intorno al quale costrui' una band che regalò al jazz pagine memorabili, completando in questo modo una contaminazione reciproca che era in corso da tempo. (Mi scuso per la risposta lunga, ma l'argomento era complesso.)
A questo punto della tua carriera hai realizzato parecchi album. Erano tutti necessari, o ce n'è qualcuno che ti saresti potuto risparmiare?

R: Dipende cosa uno intende per "necessari". Se si considera che io faccio questo di lavoro, necessari lo erano tutti, non fosse altro che alla mia sopravvivenza. Poi ci sono i contratti da rispettare, che talvolta ti impongono ritmi di pubblicazione più serrati di quanto non vorresti. Io per esempio da quando ho scelto di essere un indipendente, e di avere con le case discografiche un rapporto di distribuzione o di licenza, lavoro sicuramente meglio, pubblico un album solo quando ritengo di aver qualcosa da dire e quando so di avere tutto il tempo necessario per lavorare, ma questo avviene da pochi anni; il risultato, almeno qualitativamente, credo si senta. Ma la domanda era, credo, mirata alla "necessità" artistica. In questo caso è importante rendersi conto che non tutti gli album possono essere delle "pietre miliari" della storia della musica. Ci sono album di "passaggio" e album di sperimentazione, che sono molto importanti per un artista, pur essendolo di meno per il pubblico o per la critica. Personalmente ci sono album per i quali avrei preferito avere più tempo, ma che per ragioni contrattuali mi è capitato di dover completare in fretta. Nessuno mi impedisce di tornare a "rileggere" dei brani che reputo importanti ma che semplicemente non "uscirono" bene. Anzi, credo che a volte sia doveroso farlo, anche se spesso ciò viene "letto" come "periodo di scarsa creatività" o "poca voglia di lavorare".
Sei stato definito "l'erede di Buscaglione". Ti senti tale?

R: Per niente. In Italia, per pigrizia, per mancanza di spazio o per mancanza di una vera e propria cultura musicale, si tende a ridurre tutto a clichè. Buscaglione, con tutto il rispetto per il grande artista che era, faceva della "macchietta", impersonava cioè la caricatura di personaggi come il gangster, il duro, il dritto etc..., personaggi che non facevano parte della vita quotidiana, non della nostra in ogni caso. E la sua musica faceva "il verso" a questi caratteri. Io ho sempre scritto della realtà e delle emozioni di tutti i giorni e, anche se faccio uso di ironia e paradosso, i miei sono personaggi reali, piccoli aspiranti eroi devastati da difetti comuni. Se qualcuno volesse trovarmi un padre o un nonno nella musica o nelle tematiche, dovrebbe spingersi un po' più lontano, per esempio Fats Waller, o Billy Strayhorn, o Cole Porter... Perchè questi sono i miei punti di riferimento. Ho detto "punti di riferimento", OK? Non cominciate a dire che mi paragono a loro!
Componi prima le musiche o i testi?

R: Prima le musiche. Mi ritengo soprattutto un musicista, e non potrei scrivere la musica in funzione di un testo già fatto. Una volta che ho la musica vado in studio, la registro, e solo allora mi metto a scrivere i testi che, data la durezza della lingua italiana e la sua scarsa compatibilità con i ritmi sincopati, sono per me la fase più difficile del processo compositivo.
Nel panorama musicale italiano sei considerato un po' come un "outsider". Come ti senti in questo ruolo?

R: Non è un ruolo che ho scelto io. Il fatto è che la mia ispirazione mi porta sempre piuttosto lontano da ciò che viene già abbondantemente scritto e cantato da altri. Non vedo il motivo per cui un artista debba per forza essere inserito in un "filone" per essere capito. Ne' sono mai riuscito a comprendere perchè a volte i critici sentano la necessità di classificarti in categorie già esistenti, invece di analizzare semplicemente quello che fai e portarlo a conoscenza del pubblico. In realtà il ruolo in cui mi sono involontariamente trovato è stato quello di fare da "ponte" fra due tipi di pubblico diversi: il pubblico pop e il pubblico jazz. In altre parole sono un jazzista che usa i canali commerciali del pop, e vi posso assicurare che non è facile. Scherzando, mi capita spesso di chiedermi se sono il più ricco dei jazzisti o il più povero dei "pop". E a questo non so ancora rispondere, anche se poi tra i ruoli che mi potevano capitare questo è uno dei migliori. Un sacco di gente che non si sarebbe mai accostata al jazz lo ha fatto per "colpa" mia.
Malgrado tu sia sulla scena da molto tempo, non hai mai "sfondato" alla grande, non sei mai arrivato nei primi posti delle classifiche. Ti senti per questo un "incompreso"?

R: Ognuno è l'artefice del proprio destino. Io ho scelto di fare una musica che certo non si può definire commerciale. Anzi, alla luce di questo, ritengo di aver conseguito risultati straordinari, risultati che non mi sarei mai aspettato. Quando scegli di fare un lavoro come il mio hai due alternative: puntare al successo commerciale e inserirti in un "filone" già battuto (non che sia facile) e fare tutto ciò che ti viene proposto; in questo caso bisogna essere disposti ad accettare compromessi di vario genere. L'alternativa n.2 è fare solo quello che ti piace, essere molto selettivi, essere anche disposti a vedersi sbattere delle porte in faccia, pur di non rinunciare alla propria libertà creativa. Io ho scelto quest'ultima strada. Devo dire che questa linea può dare grandi soddisfazioni. Dopo quasi vent'anni di carriera sono ancora "in pista", e mi ritrovo fra il mio pubblico persone che quando ho iniziato non erano neanche nate. Al contrario mi è capitato di vedere molti artisti che hanno avuto un successo incredibile, durato però pochissimi anni, dei quali oggi non si parla più. No, non mi sento un "incompreso", alcuni dei miei brani sono diventati degli "standard", e ho suonato con persone di cui ero a mia volta un "fan". Cosa puoi volere di più dalla vita? Non ti puoi mica aspettare di essere amato da tutti.
Negli ultimi anni hai cambiato spesso casa discografica. Perchè?

R: C'è da dire una cosa: io di casa discografica ho la mia, la Idiosyncrasy , e da quando è nata sono con lei. Ovviamente talvolta serve anche una casa discografica "normale", cioè che abbia un impatto sul mercato, che ti distribuisca e che faccia la promozione. E qui in genere cominciano i guai: le case discografiche tradizionali non amano molto gli "indipendenti", preferiscono avere sull'artista
un controllo totale. Ed è anche abbastanza logico: se spendono dei soldi vogliono anche dei profitti, mentre distribuendo un artista indipendente i margini di profitto si assottigliano, date le diverse condizioni contrattuali. E allora siccome guadagnano di meno, s'impegnano anche di meno, e di conseguenza anche il disco venderà di meno. Per cui alla fine ambo le parti sono insoddisfatte, e ognuno va per la sua strada. Inoltre negli ultimi anni, a causa dei "merging" tra multinazionali, i vertici delle case discografiche sono in continua mutazione, e ti può capitare di perdere da un giorno all'altro i tuoi interlocutori preferenziali. Chi prende il loro posto in genere, a meno che tu non sia un "best seller" (io non lo sono) tendono a dedicarsi a nuovi progetti e a liberarsi di quelli ereditati dai loro predecessori. Per cui ormai mi sono abituato a ragionare disco per disco, più che contratto per contratto.

Scrivi la musica, scrivi i testi, fai gli arrangiamenti, e produci tu stesso i tuoi album, anzi ultimamente addirittura fai anche il fonico. Non ti sembra di essere un po' egocentrico?

R: Questo avviene perchè i miei tempi di lavoro sono molto "dilatati" e anche discontinui. Se dovessi usare dei collaboratori in tutte le fasi di produzione ogni album mi verrebbe a costare dei miliardi, ammesso che trovassi gente disposta a darmi la sua disponibilità illimitata. Per cui mi sono organizzato, ho il mio studio nel quale lavoro solo io, fino a che i brani non hanno una definizione tale da poter essere finalizzati. Poi comincio a chiamare i musicisti, ma siccome a quel punto ho idee molto precise, tanto vale sia io a stare alla consolle. E' un lavoro da certosini, ma sempre meglio che dipendere da terzi, non sempre disponibili, e non sempre "sintonizzati" sulla tua lunghezza d'onda. D'altra parte non sono l'unico a fare in questo modo. Da Annie Lennox a Prince, da Phil Collins a George Michael, molti usano questo sistema, e la tecnologia è grosso modo la stessa. Solo che essendo noi italiani, ed essendo l'Italia un paese, e un mercato, più piccolo della Florida (per fare un esempio) dobbiamo lavorare con i mezzi che abbiamo, proporzionati al potenziale di mercato che abbiamo. Non è la creatività che ci manca: sono i budget!
Dove prendi l'ispirazione per i tuoi testi?

R: Vorrei poter rispondere che mi guardo intorno, percepisco il dolore del mondo, il malessere sociale, e poi traduco in musica l'urlo di rabbia che ne deriva. Vorrei ma non posso.Come ho già detto scrivo sempre prima la musica. Poi lascio che sia la musica a "raccontarmi" la storia che contiene. A volte sono emozioni di base, a volte sogni, a volte storie con un inizio e una fine, con personaggi ed interpreti, a volte è solo la mia anima che viene allo scoperto. Non so mai di "cosa" parlerà una canzone finchè non ho finito di scriverla. E non potrei mai scrivere a tema. Inoltre, se sono in uno stato d'animo negativo, cerco di non scrivere affatto. Sono del parere che la musica sia una forma d'arte positiva, e che il suo scopo sia quello di dare serenità, allegria, voglia di stare insieme, e non il contrario. Ovviamente ognuno ha la sua visione personale in merito, e ho il massimo rispetto per tutti coloro che concepiscono la musica come veicolo di rabbia, di aggressività, di malessere, solo faccio fatica ad ascoltarli.
E l'impegno?

R: C'è una certa tendenza, qui da noi, a considerare musica "impegnata" la musica che contiene segnali sociali e politici, e musica "frivola" quella che non li contiene. Trovo questa tendenza molto superficiale. Anzitutto bisogna rendersi conto che tutti coloro che operano nel campo dello spettacolo, e della musica in particolare, fanno nient'altro che "intrattenimento". Naturalmente ci sono vari livelli culturali d'intrattenimento, alto livello, medio livello, basso livello, ma sono tutti egualmente legittimi. Personalmente non credo che messaggi di grande impatto sociale possano avere "un prezzo di copertina" e possano incassare royalties, non lo trovo serio. E trovo che oggi l'informazione di tipo sociale e politico sia cosi largamente coperta dai media da non sentire la necessità di usare anche la musica per veicolarla. Dizzy Gillespie faceva intrattenimento, Bertold Brecht faceva intrattenimento, le gemelle Kessler facevano intrattenimento, fa intrattenimento Sting come Mino Reitano. E allora cos'è veramente l'impegno? Ci sono varie forme, e ognuno si sceglie la sua. Io per esempio mi ritengo "musicalmente" impegnato, in quanto mi "impegno" a fare un genere musicale colto in un contesto commerciale che tendenzialmente non lo è. E non è per niente facile. Avete dei dubbi? Allora provate voi a convincere una multinazionale a pubblicare un album di jazz, che poi dovrà essere promosso, mettiamo, a "Domenica in", o a girare tutto l'anno nei club con il mio quintetto e proporre jazz e improvvisazione ad un pubblico che in definitiva viene a sentire "un cantautore"... Ok, ok, questo è solo il mio punto di vista, non ho alcun intento polemico ne' voglia di farmi dei nemici, ma se non parlo chiaro e tondo sul mio sito dove altro lo posso fare?
Cos'è cambiato dai tempi di "Un sabato italiano"?

R: L'intero assetto mondiale. A parte quello, le emozioni umane di base restano più o meno invariate. Per questo, anche se con grande stupore da parte mia, persone che allora non erano neanche nate si identificano con quelle canzoni, e ciò non può farmi che piacere.
Che tipo di musica ascolti?

R: Un po' di tutto. Ferma restando la mia passione per il jazz e il blues, tengo sempre un occhio, o meglio, un orecchio puntato sulle nuove tendenze. Mi piace molto la musica di "contaminazione" in quanto rappresenta l'evoluzione della musica nella direzione di un linguaggio universale multietnico e multirazziale, e quindi si avvicina molto all'idea che ho della musica come strumento di comunicazione emozionale su vasta scala. Ho due lacune: la musica classica e, ahimè, la musica italiana, che seguo troppo poco considerando che sono io stesso un musicista italiano.
Le tue canzoni hanno spesso un "taglio" cinematografico. Ami il cinema?

R: Moltissimo. Ma se ci riferiamo al mio stile letterario, esso deriva più dalla mia formazione cultuale, dalla cultura alternativa americana. Questo a volte può apparire insolito in Italia, dove la tradizione cantautorale classica ha più radici nella poesia francese. Sono semplicemente due mondi diversi.
Il fatto di essere stato per molti anni un pubblicitario creativo ti ha aiutato a fare quello che fai oggi?

R: No, è vero il contrario. Anche quando ero un pubblicitario ero appassionato di musica, e la musica è il primo campo in cui si manifestano le nuove tendenze. Per cui da pubblicitario era spesso la musica ad indicarmi che direzione prendere, e vi attingevo a piene mani.

Che rapporto hai con la tecnologia?

R: Strettissimo. Credo sarà proprio la tecnologia a salvare il mondo, semprechè in buone mani. L'uomo possiede già la tecnologia per risolvere molti dei problemi più gravi, la fame, le calamità naturali, la gestione dell'ambiente. Solo non c'è ancora una "cultura tecnologica positiva", per cui l'umanità tende a usare la tecnologia per scopi distruttivi più che costruttivi. E ci sono danni che l'uomo ha arrecato a questo pianeta che ormai non si possono riparare se non con una tecnologia uguale e contraria a quella che li ha prodotti. Spero che l'inversione di tendenza avvenga presto. Intanto ci dobbiamo accontentare di Internet, che quantomeno consente l'accesso veloce alle informazioni, e un mondo in cui l'informazione e la circolazione delle idee sono accessibili a tutti è un mondo nel quale la democrazia è vincente. A parte ciò, in campo musicale la rivoluzione tecnologica è alle porte. Nel giro di un anno i meccanismi della distribuzione della musica saranno totalmente sconvolti, e le case discografiche come le abbiamo conosciute fino ad oggi non esisteranno più. Riparliamone tra poco.

Successo, insuccesso. Come ti possono cambiare la vita?

R: Quando hai successo ricevi dagli altri una svariata quantità di attenzioni, non tutte gradevoli. Per me, che nonostante il lavoro che faccio sono una persona piuttosto schiva, il successo ha significato dover in parte rinunciare alla cosa che amo di più, vale a dire la privacy, l'anonimato. L'unica cosa che me lo ha fatto e me lo fa accettare è l'affetto che mi dimostrano i miei fans. Se non avessi loro avrei già cambiato mestiere da un pezzo. Al di là di tutto ho sempre cercato di fare una vita normale, e anche se la gente si stupisce, per esempio, di vedermi fare la spesa al supermercato (si aspettano che abbia il maggiordomo) o vedermi viaggiare in treno (si aspettano che abbia l'autista o l'elicottero privato) mi ritengo un professionista come un'altro. La cosa più difficile da digerire è che talvolta persone che non ti conoscono e di te sanno ben poco, possano dire, o scrivere, cose del tutto sballate. Il senso di questo sito è soprattutto di potermi esprimere per quello che sono, e non è poco! L'insuccesso, invece, bisogna sempre sapere che può arrivare, e bisogna sforzarsi di tenere i piedi per terra. Nel corso della mia carriera ho, ciclicamente, conosciuto ambedue, e so che la cosa più importante è amare il proprio lavoro ed essere se' stessi.

 

>>>REAL TRASH

THAT KIND OF THING
Sergio Caputo

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