 |
Il
Folk Studio era una cantina umida e puzzolente situata sotto un palazzo
nel cuore di Trastevere (Roma). Le pareti erano insonorizzate con sacchi
di iuta, c'era un piccolo bar con tre o quattro bottiglie, e la sala vera
e propria era uno stanzone, in un angolo del quale c'era una pedana alta
dieci centimetri, il palco. Da questa postazione precaria è partita
gran parte della canzone d'autore italiana che oggi ascoltiamo. Sarebbe
troppo lungo elencare i nomi, oggi illustri, che hanno iniziato proprio
in quella topaia a far sentire la propria voce, ma si dice che perfino
un non ancora famoso Robert Zimmerman (Bob Dylan), di passaggio a Roma,
vi fece un'apparizione cui assistettero una trentina di persone. Il Folk
Studio ha chiuso i battenti da molti anni.
UN
SABATO ITALIANO
aneddoti vari
La batteria del brano "Un sabato italiano" venne rifatta ben
tre volte. Sembrava che nessun batterista fosse in grado di azzeccare
l'andazzo giusto. Alla fine la palma d'oro andò a Derek Wilson,
batterista inglese che, nonostante anni di rock e il pop, si ricordava
come suonare lo swing.
Incredibilmente a nessuno, neanche a me, venne in mente di chiamare un
batterista jazz.
Il brano "bimba se sapessi" diceva inizialmente "citrosodina
granulare". Mentre l'album era in distribuzione venimmo contattati
dalla casa farmaceutica che produce la citrosodina, e un funzionario zelante
ci informò che nominare un medicinale in qualunque forma di comunicazione
è sempre e comunque considerato pubblicità, e la legge sulla
pubblicità dei medicinali impone di dire anche "leggere attentamente
le avvertenze" e "usare con cautela". Ovviamente non potevo
inserire queste frasi nel brano. Per non rischiare una multa miliardaria
da parte del ministero della sanità, fui costretto a rientrare
in studio e a cambiare la frase con la prima cosa che mi venne in mente:
"idrofobina vegetale"! Agghh! Ci sono in giro solo 5000 copie
con la versione originale in vinile, e vengono vendute a carissimo prezzo
sul mercato nero.
La maglietta che indosso sulla copertina dell'album riproduce una pagina
storica di un giornale americano che annunciava il trasferimento di Frank
Sinatra a Hollywood per andare a girare dei film. Il titolo era appunto
"Frankie goes to Hollywood". Neanche un mese dopo che il mio
disco era in giro venne fuori il primo album del gruppo inglese "Frankie
goes to Hollywood", e tutti pensarono che la mia maglietta fosse
un gadget del gruppo stesso, di conseguenza mi feci la fama di fan accanito
della loro musica (e per qualche tempo lo fui veramente).
Sempre nella copertina di "Un sabato italiano", nello sfondo
si intravede una moto parcheggiata davanti a un bar, di cui si può
leggere la targa su copie particolarmente chiare. Qualche anno fa, dopo
uno spettacolo, è venuto dietro le quinte il proprietario di quella
moto per ringraziarmi. Grazie alla mia copertina, pare che quella moto
avesse acquisito un valore storico.
Durante gli scatti della foto dimenticai di togliermi il portachiavi dal
passante dei jeans. La casa discografica ebbe da ridire.
Le foto dei cocktail sul retro della copertina sono rigorosamente fasulle,
e nei bicchieri c'è solo acqua colorata. Nonostante questo, e me
ne dolgo, fui involontariamente responsabile delle sbronze di tutti coloro
(tanti) che decisero di provarli tutti. Io, semplicemente, mi feci la
fama di alcoolizzato.
Il titolo del brano "Mercy bocu" è, ovviamente, uno strafalcione.
Ma ai tempi io e i miei produttori pensammo che scrivere "beaucoup",
come sarebbe stato corretto fare, ci avrebbe complicato la vita in radio,
tagliando fuori tutti i dj che non sapevano il francese. Anni fa mi resi
conto che avevamo ragione: il mio album "Egomusicocefalo", dal
titolo quasi impronunciabile, ebbe in radio qualche difficoltà.
Il titolo "Un sabato italiano" ebbe invece successo, tanto che
generò una tendenza. Ancora oggi mi ferma la gente per la strada
e mi fa i complimenti per "Un sabato bestiale" o per "Una
domenica italiana". Il più perverso fu quello che mi fece
i complimenti per "una domenica bestiale".
Ben quattro mie ex fidanzate si identificarono nel brano "Spicchio
di luna", e a tutte e quattro dissi, mentendo, che effettivamente
era dedicato a loro.
Il brano "Mettimi giu" mi fece guadagnare grandi simpatie fra
i consumatori di cocaina. La frase incriminata era "...mettimi giu
due righe". Inutile ogni sforzo di spiegare che non mi riferivo a
droghe di nessun tipo.
Il brano "...E le bionde sono tinte" mi procurò invece
grandi simpatie fra le parrucchiere, e ancora adesso mi chiedono in molti
se poi, alla fine, preferisco le bionde o le more.
Ernesto Bassignano è uno dei cantautori "storici" della
musica italiana. Appartiene alla generazione dell'ormai lontano '68, e
come altri suoi colleghi oggi più famosi cantava canzoni a sfondo
civile. Negli anni settanta, al Folk Studio, c'erano tre personaggi emergenti
che si esibivano abbastanza regolarmente: Venditti, De Gregori e Bassignano.
Di questo terzetto giornalisti e pubblico di allora erano disposti a giurare
che sarebbe stato proprio Bassignano a "sfondare". Sappiamo
tutti, oggi, che le cose andarono diversamente. Perchè Bassignano
non sfondò? Azzarderò un'analisi rigorosamente personale:
Bassignano aveva un talento formidabile per farsi dei nemici. Bassignano
era (dovrei dire è perchè è vivo e vegeto, ma spero
che gli anni lo abbiano "ammorbidito") una delle persone più
difficili con cui si potesse avere a che fare.
Antidivo, critico su tutto e su tutti al punto che perfino i suoi colleghi
temevano la sua lingua tagliente, aveva un fiuto infallibile nell'identificare
e denunciare il benchè minimo cedimento al "frivolo"...
Insomma, un autentico rompiscatole.
Inoltre Ernesto aveva il vizietto di corteggiare (spesso con successo)
le donne di amici e nemici senza distinzioni ne' riguardo, e questa è
la cosa che più di tutte fece infuriare parecchia gente "importante".
Come se non bastasse, invece di raccogliere il successo che sicuramente
riscuoteva e meritava, e frequentare salotti cultural-chic, nei quali
era peraltro richiestissimo per le sue doti di caustico intrattenitore,
saliva da solo sulla sua macchina scassata e andava a fare concerti sul
cocuzzolo di una montagna per i contadini, o nelle fabbriche più
remote, concerti dai quali il più delle volte tornava senza neanche
il "politicamente corretto" rimborso spese.
Inutile dire che tutti questi suoi "difetti" furono proprio
le cose che me lo fecero amare di più, ed Ernesto rimane (anche
se ci sentiamo di rado) uno degli amici più cari che abbia mai
avuto. Alcune delle sue canzoni mi fanno tutt'ora venire la pelle d'oca,
in quanto autentiche poesie, nelle quali c'è sicuramente impegno
civile, ma che non e' mai fatto cadere dall'alto, mai presentato sotto
forma di "predica". Non c'è mai lo scadimento nello slogan
o nel luogo comune, nella retorica , o nella "forzatura" politica.
Insomma lo spigoloso Bassignano, nelle sue canzoni, si trasforma in uno
dei poeti più delicati e sensibili della musica italiana moderna,
capace di lasciare nel cuore di chiunque lo ascolti una grande profonda
serenità.
Oggi Ernesto fa il giornalista free lance, per testate e anche per programmi
radiofonici. Sarebbe però ora che qualcuno si prendesse la briga
di riportare il suo lavoro all'attenzione del pubblico. Io spero di aver
contribuito in qualche modo con questa pagina che, probabilmente, lo farà
infuriare. Ciao Ernesto!
Tony Scott e' un clarinettista-sassofonista americano che ho avuto il
piacere di ospitare su "Italiani Mambo". Ancora oggi considerato
uno dei clarinettisti piu' creativi della storia del jazz, ha suonato
praticamente con tutti i grandi, ed e' stato parte attiva nell'invenzione
e nella crescita del Be-Bop. Era per esempio insieme a un giovane Dizzy
Gillespie nella band di Cab Calloway, era solito scarrozzare Charlie Parker
sul sedile posteriore della sua moto, era nel gruppo di Billie Holliday.
Per qualche motivo lascio' gli U.S. e venne a vivere in Italia, dove prosegui'
la sua carriera di musicista in un incomprensibile semi-anonimato.
Pochi sapevano chi era veramente, e quando raccontava le sue avventure
con Charlie Parker e con Dizzy, spesso veniva considerato un contaballe.
Invece non solo era tutto vero, ma era anche facile riconoscere il lui
il grande musicista che in effetti e'!
Fu proprio lui a presentarmi Dizzy Gillespie.
Non mollava la sua mitica tromba neanche quando andava in bagno. Non beveva,
non fumava, era molto religioso. Non esattamente lo stereotipo del jazzista
cui siamo abituati. A settant'anni suonati aveva i progetti e l'entusiasmo
che potrebbe avere un ventenne. Progettava di aprire una scuola di musica.
Voleva mettere il copyright sulle sue famose guance gonfie, farne dei
poster e venderli per tirare su un po' di extra. Rimpiangeva di non avere
mai avuto un suo brano nei primi posti delle classifiche e, ridendo, si
augurava che riuscissi a farlo io, in modo che la sua tromba conoscesse,
sia pure per opera di un'altro, il brivido della hit parade. Non accadde.
Nonostante le dicerie, lui e Miles Davis erano in ottimi rapporti, anche
se secondo lui il miglior trombettista vivente era Marsalis.Come tutti
gli afroamericani della sua generazione, aveva dovuto subire dai bianchi
ogni sorta di umiliazioni. C'è stato un tempo in cui gli era proibito
entrare da cliente negli stessi locali in cui, sul palco, era la star.
Negli anni '60, in un ancora oggi famoso hotel di Las Vegas, dove la sera
il suo spettacolo era sempre sold out, gli venne proibito, di giorno,
di bagnarsi in piscina, e neanche una telefonata durissima del suo amico
senatore Bob Kennedy al manager dell'hotel ebbe il potere di cambiare
la situazione. Nonostante questo Dizzy era la persona più tollerante
di questo mondo. Io, che non ho mai imparato a scrivere la musica sulla
carta, gli avevo fatto preparare le partiture dei brani. Lui le prese
in mano (vedi foto in Album foto) e poi mi disse che non aveva mai imparato
a leggere la musica scritta. E' possibile che mi abbia preso in giro,
ma in ogni caso stracciammo le partiture e lui si mise a suonare ad orecchio.
Non mi è possibile dimenticare l'immagine di Dizzy in mutande nella
sua camera d'albergo a Barcellona, alle 5 di mattina, che con l'agilità
di un gatto saltò sul letto per recuperare la sua valigia in cima
all'armadio. Sembrava un neonato di 150 chili. Decise di partire da solo
in treno, a quell'ora assurda, perchè ormai non aveva più
sonno. Lo accompagnai in taxi, ero distrutto dalla fatica mentre invece
lui, settantenne, era fresco come una rosa.
E
RINO?
Me lo chiedono in molti. Rino (che è un soprannome) era un mio
caro amico di molto tempo fa, col quale ho condiviso "un pezzo di
strada", nonchè una serie di avventure e disavventure del
periodo single. Rino è stato anche per un po', insieme ad altri,
il mio produttore. Come spesso avviene agli amici dei periodi di "crescita",
la vita di ciascuno può prendere strade diverse, e può capitare
di perdere le tracce anche di persone che ti sono state molto vicine in
un periodo della tua esistenza. Credo che ora faccia il regista.
HOBBY
Essendo una persona che ha fatto del proprio hobby primario una professione,
durante il tempo libero non sapevo proprio cosa fare. Non sono sportivo.
Non sono tifoso di alcuna squadra. Ho scarso interesse per i motori (salvo
un periodo motociclistico archiviato con la nascita dei miei figli). A
carte non so giocare e ogni volta che ci provo tutti si arrabbiano per
la mia distrazione. E allora? E allora mi sono messo ai fornelli, con
risultati, mi dicono, molto incoraggianti. Per lo più cucina tradizionale
italiana, e un repertorio che va dalle paste di ogni genere, ai bolliti
misti, al pesce. E anche per i vegetariani ho sempre qualcosa (basta non
mettere carne o pesce, il resto è tutto uguale). Oltre a ciò
ho avuto anche dei momenti di gloria nel bricolage, per esempio, mi sono
costruito un armadio che funziona benissimo con tanto di cassetti. Il
brano "Flamingo" lo scrissi proprio mentre ero affaccendato
in questa missione.
|
|